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Mana
Chuma Teatro (Reggio Calabria)
Spine
di Massimo Barilla e Salvatore Arena
con Beatrice Guerriera, Mariano Nieddu, Antonino Praticò
musiche originali Luigi Polimeni
musiche tradizionali eseguite dal vivo Sergio Di Giorgio
scenografie Rosetta e Abbondanzia
regia Salvatore Arena |
Mana
Chuma Teatro
via Ravagnese, 163/a 89067 Reggio Calabria
tel. 0965 630225
cell. 380 3204740
manachuma@tiscali.it |
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Spine
parla di tre solitudini, tre solitudini mischiate alla pena.
In un ventre-locanda, la locanda in cui Cassio perse la testa
e l’incarico di luogotenente (loro dicono), tre personaggi-testimoni
attraversano la storia di Otello, misurandola con le loro ambizioni-desideri-frustrazioni.
E’ un girotondo di perdenti. Triangolo di solitudini,
in un rettangolo di storia. Spine è dolore da sottoventre,
che sale e arriva sino al “ciriveddu”.
Personaggi che sembrano fantasmi: si muovono come le foglie
degli alberi di notte. Un racconto a più voci, intessuto
di urla gridate sottovoce, tra scodelle, bottiglie e “pasta
ca faciola”.
“Se nasco un’altra volta…” dice Lucio,
locandiere-capitano, e si scontra con il campo di battaglia,
con un cavallo, con la perdita del figlio, con un amore non
più detto, non più richiesto, e forse troppo desiderato.
Ammissione di sconfitta. Gioco strano. Nella locanda (una gabbia
di juta che non lascia respirare, che mischia gli odori e la
puzza di vino vecchio) vi è, quasi incastrato, il becchino-sedia.
Dio ci salvi dalle sue mani e salvi lui dagli sguardi dei suoi
morti. L’amore entra nella sua bocca impastata come natura
deforme ed evenienza dannosa. “Non si lasciano cadere
così i fazzoletti”. La sua vista di morto è
opaca come i suoi gesti, disperata come le sue parole.
La locandiera è trottola che gira per effetto di uno
spago, donna e madre, chiude il cerchio, o meglio questo triangolo
che assume di volta in volta forme diverse, con distanze che
si avvicinano e si allontanano, ma con vertici che non potranno
mai toccarsi. Magdalena si muove, si perde tra i tavoli, àncore
di salvezza. Un principe mai arrivato, bisogno di occhi, bisogno
di che?… Abbracciala capitano! Era suli caudu, suli di
giugnu, scolorito dalla scomparsa di un bambino “testuzza
gialla”. Cosa aspetta Magdalena? Vorrebbe andare, ma il
vino le incolla i piedi.
Nell’area rimane questo impasto strano di accenti e di
lingue (siciliano, sardo, calabrese), che ha il suo culmine
nella parlata del becchino, mescolanza inventata, non lingua
dei porti, ma dei morti, zeppa di ultime parole ad essi rubate,
dai loro denti disincastrate (francesismi, inglesismi, spagnolismi,
germanismi riutilizzati più per fascinazione di suono
che di senso).
Spine nasce da un percorso, dall’incontro di più
esperienze, da un bisogno di individuazione di nuove modalità
di creazione artistica, da una necessità espressiva.
Dall’esigenza di confrontarsi con una storia alta a partire
dai margini, dai vuoti non raccontati, dagli spazi oscuri in
cui altre passioni si agitano. Dalla volontà di mescolare
piani, di indagare strade normalmente ignorate, sia in termini
di drammaturgia che di ricerca linguistica. E’ una tessitura
incrociata di storia massima e storia minima, in cui trama e
ordito si confondono e finiscono a tratti per essere una sola
cosa. Si corre sul filo, tra il raccontare per gli altri o per
se stessi, di altri o di se stessi. In questo senso il processo
di scrittura, così come di messa in scena, non può
non essere relazione con gli attori e con la spazio, attivazione-ricezione
di stimoli, ricerca “terrigna” dal basso, senza
per questo negarsi possibilità di elevamento, analisi
della deformità, così come dell’incanto.
La lingua è strumento mobile, dominata dall’uso
e dalla funzione, nella quale il “significante”
si trasforma, assume colori e suoni nuovi, spiazzanti, ma sempre
ai fini di un rafforzamento di “significato”, mai
per se stessi, mai per pura ostentazione o funambolismo linguistico.
I dialetti, le lingue anzi, si mescolano. Sardo, siciliano,
calabrese (non per caso lingue madri degli attori), disposti
ad un uso alto, sanno di vita, mai di quotidiano.
Analogo discorso-ricerca per la musica. Ad un tappeto ricercato
ed evocativo (le composizioni originali di Luigi Polimeni),
si possono alternare senza che se ne avverta il salto, i suoni
tradizionali eseguiti dal vivo su zampogna, lira calabrese,
tamburello, organetto e altro da Sergio Di Giorgio, o vecchie
musiche d’orchestrina anni ’50, uscite da un grammofono
che gracchia.
Lo spazio è una gabbia di juta che non consente separazione
tra la scena e il pubblico, seduto ai tavoli della locanda,
tra l’odore di vino vecchio e lo scorrere del vino nuovo.
Impone agli attori un lavoro sulla piena circolarità,
senza difese o spazi protetti. |
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Mana Chuma Teatro
Mana Chuma ha scelto in questi anni di confrontarsi soprattutto
con l’identità culturale e storica del territorio
meridionale, provando a far convergere il recupero di storie,
figure, moduli e stili attinti dalla tradizione culturale mediterranea,
con l’utilizzo di forme artistiche innovative, e curando
in particolar modo la ricerca sullo spazio e la sperimentazione
di luoghi “altri” per il teatro.
Con Terribìlio di mare-Suggestioni teatrali da Horcynus
Orca (2001), spettacolo corale realizzato sulle spiagge dello
Stretto di Messina con la regia di Maria Maglietta, si inaugura
un cammino di ricerca che si propone di creare spazi per l’incontro
e il confronto tra idee, artisti, esperienze e generazioni teatrali
diverse.
Tra gli altri Mana Chuma ha coinvolto nei propri lavori: Maria
Maglietta, Marcello Chiarenza, Elisa Cuppini, Mirto Baliani.
Il mondo offeso (2002), regia di Maria Maglietta, attore narrante
Salvatore Arena, monologo in forma di racconto liberamente tratto
da Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini, presentato in
prima nazionale a Castrovillari all’interno del Festival
Primavera dei Teatri 2mila2, rafforza queste scelte di poetica
artistica, sottolineandone gli aspetti legati anche all’impegno
civile.
Con Spine per Mana Chuma si avvia una nuova stagione del suo
percorso artistico, che nasce dall’integrazione e dal
confronto del suo nucleo storico con alcuni artisti provenienti
da esperienze diverse, quali Salvatore Arena (attore e regista),
Mariano Nieddu (attore), Luigi Polimeni (musicista e compositore),
Sergio Di Giorgio (musicista).
Mana Chuma è inoltre fortemente legata ad un discorso
di radicamento sul territorio, ed è attore importante
nella vita culturale dell’area dello Stretto. E’
infatti tra i soci promotori del Parco Letterario Horcynus Orca
di Stefano D’Arrigo, per conto del quale si occupa della
produzione teatrale e della programmazione artistica, e sta
sviluppando un progetto di centro di ricerca teatrale stabile,
legato ad una struttura fisica già individuata, insieme
al Parco Nazionale dell'Aspromonte. |
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