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Premio Ustica
per il Teatro 2005
progetti finalisti
>>
R. Bani - R. Testa
---- Viene l’ultima guerra
>> Vittorio Continelli
---- Edipo in faida. Tragedia
>> Barbara Apuzzo
---- ’A noce
>> decimopianeta
---- Quattro
>> Teatropersona
---- Theresienstadt. La città che Hitler regalò agli ebrei
>> Lafabbricadellapasta
---- Bundesliga ’44
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Lafabbricadellapasta (Milano)
Bundesliga ’44
da un testo di Gianfelice Facchetti
regia di Luca Ramella
con Pietro De Pascalis,
Gianfelice Facchetti,
Gianpaolo Gambi, Massimo Zatta
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Lafabbricadellapasta
via Friuli, 40
20135 Milano
Gianfelice Facchetti
svezia96@yahoo.it
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Progetto finalista Premio Ustica per il Teatro 2005
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Bundesliga ’44
Siamo partiti con l’intenzione di costruire
uno spettacolo capace di raccontare la bellezza del calcio
andando a cercare innanzitutto dove, secondo noi, metta radici
questa specie di sogno di un codice universale.
Il cuore del racconto ci è sembrato che da subito dovesse attraversare
il calcio stesso in quanto metafora di qualcos’altro, il calcio e la sua
universalità trasportata altrove grazie al dispositivo che mette in atto,
intendendo con questo tutti i simboli intrecciati allo spazio, al tempo, al linguaggio
e al corpo, per come essi entrano e vivono nel mondo del pallone.
«Il
gioco del calcio ha però una particolarità: è una metafora
spaventosamente completa della vita. NEL CALCIO C’È TUTTO, PER
QUESTO PUO’ ‘DIVENTARE’ TUTTO»
(R. Vecchioni, in Dizionario delcalcio italiano, Baldini & Castoldi,
2000)
Molte le immagini cui potere attingere, molti i vissuti e i racconti
possibili, ma frugando tra i materiali letterari a disposizione ci siamo fermati
su un racconto di Primo Levi contenuto ne I sommersi
e i salvati.
In questa pagina l’autore riporta di un fatto raccontatogli da un altro
deportato durante la sua prigionia nel lager: si narra di una partita di calcio
giocata durante la pausa del “lavoro” all’interno di un campo
di stermino tra gli SS, i soldati tedeschi e i Sonderkommando, la “Squadra
speciale” di addetti ai forni crematori, scelti in larga parte quasi
sempre tra i deportati ebrei.
«All’incontro assistono altri militi delle SS e il
resto della Squadra, parteggiano, scommettono, applaudono, incoraggiano i giocatori,
come se, invece che davanti alle porte dell’inferno, la partita si svolgesse
sul campo di un villaggio». (Primo Levi)
Da questo breve racconto nasce una serie di riflessioni di Levi su quanto accaduto,
sulla necessità del potere nazista di avere e creare dei complici per non sporcarsi
mai le mani e, così facendo, alleggerirsi la coscienza, di giocare insieme
alla propria prossima vittima per convincersi che non la si sta già uccidendo
e che poi, dopo tutto, se stiamo giocando insieme in fondo siamo amici.
«Vi abbiamo abbracciati, corrotti, trascinati sul fondo con noi. Siete come noi, voi orgogliosi: sporchi del vostro sangue come noi. Anche voi, come noi e come Caino, avete ucciso il fratello. Venite, possiamo giocare insieme». (Primo Levi)
In altri testi su quella esperienza storica si racconta di partite di calcio
giocate tra soli deportati, fisicamente devastati e vestiti con indumenti di
fortuna chissà come “organizzati” che, nel gergo del lager,
significava rubati. Le partite stesse allora erano “organizzate”,
sottratte cioè al tempo totale della deportazione, rubate allo spazio
alienante del campo, al quale veniva opposto un luogo proprio, fosse un’area
di rigore o un cerchio di centrocampo; e ancora, strategie di resistenza all’espropriazione
del corpo, volontà di raccontare gesta altre da quelle ripetitive e monotone
dei giorni aggiunti ai giorni, e di farlo con un linguaggio colorito e vivo,
certo lontano dalle parole della retorica nazista.
Perché non tentare allora di dire qualcosa sulla bellezza del calcio facendo
riferimento a una situazione estrema accaduta nel secolo appena scorso? Perché non
provare davvero a raccontare questo gioco attraverso alcune delle metafore più tese
che da lì si sono sviluppate? Perché farlo adesso? Perché qui?
E perché no? E perché non provare anche a rovesciare i termini
della metafora, ossia usare alcuni racconti sul calcio come quelli accennati
per dire qualcosa su di una esperienza storica e antropologica unica e senza
precedenti sino allora? Utilizzare cioè il calcio per approfondire concetti
antropologici che dopo Auschwitz possono dirci molto sulla natura umana, concetti
che più o meno direttamente possono spingere da un termine all’altro
della metafora. Pochi concetti, ma cruciali, come la teoria del complotto, come
la “zona grigia”, il “quasi goal”, la “violenza
inutile”. Ne è nata una storia del tutto inventata per fatti e personaggi,
ma non di certo in relazione a ciò cui è ispirata, cioè a
quel mondo di vissuti, emozioni, pensieri e affetti che vuole raccontare e riportare
alla memoria, i nostri ma anche quelli altrui, quelli di chi non c’è più per
ricordare e raccontare.
Può una storia verosimile valere come testimonianza di fatti storici realmente
accaduti? Secondo noi questo può accadere e questo progetto è la
realizzazione della convinzione che, nella grande matassa della storia che abbiamo
alle spalle, nella necessità di dovere talvolta cancellare pagine del
passato perché possa dischiudersi un possibile scenario futuro, ciò che
non va mai perso e che è doveroso ricordare è quanto racchiuso
negli eventi che più di altri ci hanno detto di cosa è capace la
natura umana!
Come è possibile parlare dell’attualità di Auschwitz, come
farlo con le proprie forze?
Questo ponte teso tra il calcio e la storia forse può essere in grado
di destare l’attenzione di chi sennò nelle parole udirebbe soltanto
un’ennesima lezione, qualcosa di già sentito e che non riguarda
comunque la sua persona.
Trovare parole per dire che capacità come lo sguardo, la misura, la pratica,
l’invenzione, l’amicizia, l’ironia, il gioco, capacità che
fanno e hanno fatto di alcuni uomini dei campioni, in luoghi e tempi certo più tragici,
sono alcune delle strategie di resistenza che hanno permesso ai deportati di
sopravvivere e salvarsi. Trovare parole per dire che anche quando c’era
tutto questo era poi in fondo il caso a decidere le sorti di ognuno: campioni
per caso, sommersi o salvati per un sì o per un no.
Tutto questo è quanto ci sta a cuore raccontare.
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Lafabbricadellapasta
Cinque attori legati insieme da una passione e da un percorso
comune: il teatro, la ricerca, lo studio.
Tutti i componenti de Lafabbricadellapasta, Pietro
De Pascalis, Gianfelice
Facchetti, Gianpaolo Gambi, Luca
Ramella e Massimo Zatta, si sono formati
presso la scuola di teatro di Quelli di Grock di Milano; insieme hanno ottenuto
la borsa di studio messa a disposizione dalla scuola per il 2000/2001.
Così, è iniziata la collaborazione
con la compagnia stessa fondata da Maurizio Nichetti e oggi
diretta da Claudio Intropido. Da questa collaborazione è nato
lo spettacolo Moby liberamente ispirato a Moby
Dick di H. Melville, regia di Susanna Baccari, Claudio
Intropido e Claudio Orlandini, con protagonisti tutti e cinque
i componenti della FDP e che ha replicato per più di
cento volte in tutta Italia, con una parentesi francese partecipando
al Festival Internazionale di Lione nel giugno del 2003.
La collaborazione è poi continuata e ha visto gli
attori della FDP coinvolti nel cast di molti altri spettacoli
della storica compagnia milanese, in particolare: Nero con
Pietro De Pascalis; L’angolo di paradiso con
Gianfelice Facchetti e Massimo Zatta; Caos e La
cle du chapiteau con Gianpaolo Gambi, e le ultime due
produzioni La bottega del caffè e Aspettando
Godot con Pietro De Pascalis e Massimo Zatta.
Nell’aprile del 2002 si è avvertito
il desiderio di ufficializzare l’unione di un gruppo
che si era già formato naturalmente da due anni; è nato
il desiderio di lavorare a delle idee, a un progetto, per
mettere a frutto l’esperienza formativa teatrale di
ognuno, sotto la direzione artistica di Vincenzo Gambi. Il
primo progetto è stato lo spettacolo Bella,
liberamente tratto dai luoghi di Tennesse Williams. Nel corso
della preparazione del lavoro sono state analizzate la vita
e le maggiori opere dello scrittore, con particolare attenzione
ai racconti, in un lungo lavoro di improvvisazione e scrittura.
Il debutto è avvenuto nel febbraio del 2003 all’interno
della rassegna teatrale Incontri organizzata dal Comteatro
con il patrocinio del Comune di Corsico e presso la Comuna
Baires di Milano. Lo spettacolo è stato in scena nella
stagione 2003/04 presso il Teatro Greco di Milano per tre
settimane nel mese di aprile. In questo momento Bundesliga ’44 è il
solo progetto a cui stiamo lavorando.
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