| Scenario compie
vent'anni
Ancora una volta ci piace richiamare l'immagine che ha accompagnato
il percorso biennale del Premio, dal bando alla finale: un'immagine
che si è caricata in questi mesi di segni e che ha
contribuito a interpretarli, forse al di là delle intenzioni
iniziali. Una bocca spalancata in un urlo, tagliata trasversalmente,
sfuocata ma leggibilissima, la bianca cornice dei denti nell'attitudine
di mostrarsi senza mordere.
Un volto tagliato in un arco teatrale, e spalancato sul buio.
Un'immagine che è una metafora forte del teatro delle
nuove generazioni, tanto da non necessitare spiegazioni.
Tutto il lavoro di Scenario è stato in fondo, in questi
anni, quello di ascoltare la voce delle giovani generazioni,
raccogliendone un urlo che tanto silenzioso non è,
in termini di proposte artistiche, risorse, necessità,
visioni, ma che di fatto è reso muto da un sistema
teatrale che riflette i paradossi del paese: vecchio, privo
di progetto, impegnato nell'egoistica difesa di pochi privilegi.
Scenario si rivolge alle giovani generazioni e incontra i
loro progetti. Mai l'anacronismo del premio è suonato
tanto controcorrente! Tanto da rischiare di essere a sua volta
confinato nell'iperuranio delle idee e delle intenzioni, da
tutti condivise e da tutti per lo più disattese.
Quest'anno il Premio Scenario compie vent'anni e per una volta
le nostre parole di presentazione della finale vogliono essere
soprattutto un invito al mondo teatrale. Scenario non è
che un tassello, che però si innerva nel panorama nazionale
del teatro e ne restituisce una ricchezza non trascurabile.
Una ricchezza che va raccolta, di cui va ascoltato l'urlo,
come nel profetico poema di Allen Ginsberg, perché
sono le giovani generazioni a rappresentare il pensiero del
presente e a trasformarlo in visioni.
Fabrizio De Andrè ha scritto in suo frammento inedito:
"Perché lo chiamiamo passato, se non passa mai?".
Il peggior passato continua a essere il presente istituzionale
di un teatro di cui da ogni parte si invocano segni di rinnovamento,
ripresa, apertura. E di questo passato che non passa rischiano
di far parte anche le ennesime occasioni non concesse alle
giovani generazioni.
La finale del Premio Scenario è anche un passaggio
di testimone, che ci auguriamo venga raccolto. Per questo
giudichiamo quanto mai importante l'inserimento all'interno
del Festival di Santarcangelo, e ringraziamo sinceramente
per questa opportunità. Quest'anno la finale riguarda
12 finalisti, che sono il risultato di una selezione di 268
progetti dei quali 147 provenienti dal Nord, 58 dal Centro
e 63 dal Sud. Vogliamo qui ringraziare tutti gli artisti che
hanno partecipato con le loro proposte. Come abbiamo scritto
per la finale del Premio Ustica per il Teatro (che di Scenario
condivide tutto il percorso), per noi questi giovani sono
il futuro del nostro teatro e il presente dell'impegno di
Scenario.
Stefano Cipiciani, presidente Associazione Scenario
Cristina Valenti, direttore artistico Associazione
Scenario
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Un momento del festival
Prendiamo a prestito il titolo del bellissimo film di Ermanno
Olmi I cento chiodi perché troviamo sia intanto
un titolo che contiene un valore di verità inimmaginabile
e sorprendente, e poi perché il racconto stesso sembra
costruirsi come per tasselli, immagini-lacuna direbbe
Georges Didi-Huberman, dove il piano parziale della vicenda
diventa metafora dell'esistenza dell'uno e dei molti, di fatto
un atto di resistenza malgrado tutto e tutti; allo stesso
modo - a nostro avviso - Scenario insiste e persiste (tentando
sempre vie ulteriori per sua fortuna) nonostante il Teatro
fallisca. Il Teatro fallisce e con lui tutti i premi che lo
nutrono o denudano, con le sue immagini inadeguate, la sua
temperatura spesso in difetto o in eccesso, insomma il Teatro
che muore vive tra il vedere e il sapere di un teatro
che lo si può solo immaginare. E Scenario volutamente
insufficiente, parziale, mancante, rimane un punto
di contatto possibile tra l'immagine (appunto) che abbiamo
imparato ad avere del Teatro e ciò che manca nella
vita, la sua verità! Di Scenario amiamo questa indifferenza
al tempo ancorato all'oggi, la sua necessità non necessaria
ma che dà volto a piccole, fragili libertà,
amiamo il contrasto sempre acceso di tante anime che lo accudiscono
e lo motivano, perché quei contrasti lo fanno sentire
avvezzo, arrogante e, viva iddio, sicuro del suo posto in
questa appannata scena italiana. Era dunque inevitabile che
questo posto, quest'anno, fosse dentro il festival, uno dei
momenti del festival, e che con il festival dialogasse da
pari.
Olivier Bouin, direttore generale e artistico Santarcangelo
International Festival of the Arts
Paolo Ruffini, condirettore artistico Santarcangelo International
Festival of the Arts
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