We are here on Earth to
fart around. Don't let anybody tell you any different.
Kurt Vonnegut
"Un giorno, quando ero bambina, cominciai a vedere tutto
sfuocato. Lo dissi a mio papà e lui mi disse stai ferma.
Mi afferrò forte la testa e con un solo movimento dei
pollici mi tolse gli occhi. Li lasciò scivolare in
un bicchiere alto, pieno d'acqua. Devono rimanere lì
tutta la notte, disse. La mattina dopo, gli occhi si erano
bevuti tutta l'acqua ed erano diventati grandi il doppio.
Mio papà ci mise un po' a rimettermeli dentro, non
ci entravano più. Da quel giorno persi ogni sicurezza
di quello che vedo."
In questo spettacolo, tra le altre cose, sono presenti: una
nonna di trecento anni, una bambina senz'occhi con un metro
in mano, una nuotatrice aerea, una signora di mezz'età
che vive per 3/4 in un ricordo, un pezzo della testa di Nijinsky
(giuro!), una musica appesa ai fili del bucato, un naso rosso
che rimbalza sulle facce come sulle parole di un karaoke,
un labirinto accecante, una macchina per sincronizzare il
battito di tutte le palpebre... e la disperata convinzione
che nessuna vita può essere ridotta a un elenco.
È un'antologia del mondo, una miniaturizzazione della
sfavillante e comicissima tragicità dell'esistenza
(come il riassunto verticale di un condominio bozzettiano
o il plastico Perky Pat della più amara visione dickiana),
è un mazzo di tarocchi passati all'evidenziatore, un
inventario di facce che si ribellano alla biografia per migrare
verso la visione, il sogno. Verso l'indecenza di un senso.
Ancora, è la ricerca di un destino attraverso il frammento,
del filo attraverso le facce del labirinto. È anche
l'inseguimento di un amore colato via da un cuore forato.
E come l'amore, lo si capisce solo quando lo si fa.
Si ride.
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