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La compagnia
Il gruppo teatrale LAFABBRICA nasce nel 2002 dall'incontro
di Elisa Bongiovanni, Fabiana Iacozzilli e Giada Parlanti
durante il triennio di studi al Centro Internazionale La Cometa.
Qui studiano con registi e maestri appartenenti alla scena
internazionale quali Natalia Zvereva, Nikolaj Karpov, Alan
Woodhouse, Natalia Orekhova. Questi incontri le fanno confrontare
con la realtà che maggiormente esplorano: il conflitto
tra il pensiero e l'azione. Insieme realizzano: Malwen
(2004, patrocinato da Amnesty International); Aspettando
Nil (2005, vincitore Palio poetico musicale Ermo Colle;
segnalazione speciale Festival di drammaturgia Faranume; primo
premio Le Voci dell'anima; menzione speciale Giuria Giovani
New Contaminate Art Festival); Giochi di famiglia (2005,
progetto di pedagogia con gli allievi diplomati presso il
Centro Internazionale La Cometa); Assenzio o il vizio dell'amore
(2006, Festival Don Giovanni e i suoi fratelli, presso I cantieri,
Università di Messina); Io non ho altra mira che
vivere
(Povero me!) (Tappa di Selezione del Premio
Scenario 2007); Rapacità (2007, vincitore del
bando di concorso Estate Romana); Hamlet Circus (2008,
vincitore Festival Premio Teatro, Aversa).
Le linee di lavoro della compagnia partono dal presupposto
che, se il teatro ha una funzione, è quella di rendere
la realtà impossibile. Non ci interessa la riproduzione
della realtà sulla scena, ci interessa al contrario
difendere la scena dalla realtà, portare in scena un'altra
dimensione, un altro spazio, un altro tempo. Nell'ottenere
questa distanza dalla realtà, c'è una sorta
di godimento, un vero e proprio divertimento: si tratta di
togliere gli spettatori dalla realtà in cui vivono
per fargliene vedere un'altra. Riso e pianto possono ottenere
questo effetto: instaurare un altro rapporto con il vissuto.
Per fare questo noi siamo interessate a mettere l'attore al
centro della scena, metterlo in una situazione di "pericolo"
e costruire una realtà a partire da lui. L'attore e
la sua sensibilità sono il nostro materiale. La possibilità
espressiva diviene per lui una questione di vita o di morte.
Mai delegare, mai lasciare il ring, tentare fino alla fine
di arrivare a una proposta utilizzando se stessi, la propria
relazione con lo spazio, con il tempo, con il compagno, con
il divino che si respira nell'atto teatrale.
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