La storia. Un uomo
in una piazza del sud del mondo grida al cielo il suo dolore.
Abbandonato dalla moglie e dal figlio si ritrova da anni ad
aspettare un santo che non si fermerà mai. Aspetta quel
santo con fede cieca per ottenere un miracolo di cui non ha
bisogno. Un uomo senza un braccio, questo è per tutti
gli altri, per la gente, per se stesso. La piazza lo stringe,
lo circonda. Gli occhi degli altri gli pesano addosso come piombo.
E, tra il ricordo di un sogno, di un figlio che non incontra
da anni, vive questa vita fatta di niente.
Pinuccio anni addietro lavorava in una rimessa lavaggio. Un
compagno cade dentro la cisterna al cui interno ci sono vapori
di zolfo, non ha scampo, così come non hanno scampo gli
altri tre suoi compagni intervenuti per aiutarlo.
Un Giufà pugliese contro voglia, suo malgrado. Chi è
Pinuccio, cosa vuole? Vuole che il nastro del tempo si riavvolga,
vuole cancellare dalla sua testa il ricordo, il senso di colpa
per la morte dei suoi amici. Vorrebbe entrare nella cisterna
e salvarli tutti. Invece le cose che sono avvenute rimangono
lì, come un'immagine riflessa dentro l'acqua.
Il fatto. "la Repubblica" martedì
4 marzo 2008.
"Lunedì 3 marzo 2008, Molfetta. Lo zolfo a contatto
con l'acqua diventa acido solforico. Nessuno lo sapeva. Doveva
essere un'operazione di routine, la pulitura di una cisterna
vuota utilizzata per trasportare zolfo. Il grande bidone verde
delle Fs cargo chemical poggiato sulla scocca di un camion
e posteggiato sotto la tettoia con le testine rotanti e i
getti d'acqua a 120 gradi.
È stata strage, alle tre del pomeriggio. La strage
del Truck center di Molfetta.
I vapori velenosi usciti dalla cisterna hanno stordito e risucchiato
sul fondo Guglielmo Mangano, 43 anni. Il collega Luigi Farinosa,
36 anni. Un giovane camionista, Biagio Sciancalepore, 22 anni,
si è attivato un minuto dopo, e un minuto dopo era
già morto dentro la cisterna. Stessa fine per Vincenzo
Altomare di 63 anni, titolare dell'impresa e Michele Tasca
di 19 anni, intossicato che muore qualche giorno dopo in ospedale.
Cinque morti. Cinque nuove croci".
Sul palcoscenico. Prima di raccontare. Mi chiedo sempre:
perché scelgo questa storia e non un'altra? Mi chiedo
qual è il modo giusto, con quale punto di vista la
racconto? Come testimone, come protagonista, come donna, come
animale. Ne assumo i suoi occhi. Il corpo poi mi guida. Nella
semplicità della storia cerco la mia nudità
di uomo. La verità deve essere detta tutta senza fronzoli.
Mi lascio andare, allora, mi abbandono a quello che i protagonisti
della vicenda vogliono dire. Sosto silenzioso sul palcoscenico
e aspetto. Vedo ombre che si muovono. Io non le inseguo, mi
vengono a cercare, loro. Solo alla fine, stremato, capisco
quello che vogliono dire.
Ogni parola mi pesa in bocca, ogni muscolo si allena, per
lavare un camion. Si allenavano i polmoni per non respirare.
Sciocco respiro zolfo acceso di un fiammifero per capire e
non capisco. E allora rido e piango. Nessun metodo, solo la
leggerezza dell'abbandono. Nessun metodo. Solo uno sguardo.
Solo una parola e non un'altra
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