segnalazione speciale Premio Scenario 2011
Motivazione della Giuria
La rincorsa all’adesione a un astratto modello di bellezza, che azzera ogni differenza e riduce tutti i corpi a macchinette impazzite, porta a una riflessione sulla persistenza e sulla vuotezza dell’immagine.
Spic & Span crea la sua struttura drammaturgica su un vocabolario gestuale dotato di ritmo, precisione e forza iconografica, aprendo una dialettica tra costruzione e distruzione dell’immagine. Le scene, organizzate in sequenze paratattiche, si stagliano su un fondo bianco come fossero un fumetto pop e si nutrono di un immaginario non solo contemporaneo nella creazione di figure e pose, scelte musicali e sapienza compositiva. |
Lo spettacolo
Loro sono loro.
Loro sono belli.
Loro sono ok.
Loro sanno di essere guardati.
Loro non sanno.
Loro non guardano.
Loro hanno un corpo.
Loro non ce l’hanno.Loro sono vuoti.
Loro sono uno due tre.
Loro sono uno.
Loro sono tre.
Che cosa vogliono nascondere?
Mentono o dicono la verità?
Che cosa non è come sembra?
Dietro una facciata di salute, un lento disfarsi.
Giorgia e Marco uscivano dalla gelateria con gli occhiali da sole, i pantaloncini corti e i coni in mano. Nel guardarli, Francesca ha detto: “Che belli, sembrate dei fotomodelli!”. Giorgia e Marco sembravano, in effetti, molto belli.
Ci siamo interrogati su cosa venga considerato bello.
La prima risposta che ci siamo dati è che oggi viene largamente condivisa un’idea di bellezza.
La rincorsa di questa idea si realizza come tentativo di aderire a un modello.
Questo modello è: autoreferenziale, plastico, artificioso, fantastico, disegnato, colorato, preciso.
Abbiamo osservato negli altri e poi, tristemente, in noi stessi, che è diventata nostra abitudine: toglierci le sopracciglia, portare la borsa come fanno le altre persone, assumere delle pose plastiche, guardarci spesso allo specchio, indossare gli occhiali da sole anche quando il sole non c’è.
Siamo davvero diventati schiavi dell’idea di bellezza che abbiamo prodotto?
Agli occhi di chi cerchiamo di essere belli? E come?
Nella scelta del linguaggio coreografico, quello con cui intratteniamo la più stretta confidenza, desideriamo trovare un sistema di segni molto preciso.
Il vocabolario gestuale che ricerchiamo tiene in considerazione due componenti: il mondo immediatamente riconoscibile delle vetrine dei negozi e delle copertine di “Vanity Fair”, e l’astrattezza di un movimento considerato nella sua pura fisicità.
Vogliamo raggiungere una stilizzazione del gesto che lo renda assieme astratto, preciso ed evocativo.
La prospettiva di esecuzione del materiale è dimostrativa.
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