Vi è rappresentato un angelo che sembra in procinto di allontanarsi da qualcosa su cui ha fissato lo sguardo. […] Ha il viso rivolto al passato. Là dove davanti a noi appare una catena di avvenimenti, egli vede un’unica catastrofe, che ammassa incessantemente macerie su macerie e le scaraventa ai suoi piedi. Ma dal paradiso soffia una bufera. […] Questa bufera lo spinge inarrestabilmente nel futuro, a cui egli volge le spalle, mentre cresce verso il cielo il cumulo delle macerie davanti a lui. Ciò che noi chiamiamo il progresso, è questa bufera.
Walter Benjamin, Angelus Novus
Il progetto dal titolo MW prende l’abbrivio dalla frase con cui Walter Benjamin descrive il quadro di Paul Klee Angelus Novus e dal concetto di catastrofe.
Il lavoro vuole incentrarsi e svilupparsi su quadri, sulla commistione di generi e influenze e sulla possibilità di utilizzare una struttura scenotecnica che diventi essa stessa rappresentazione. In questa fase iniziale del progetto, guidati dall’intuizione di Benjamin, stiamo cercando di congelare due sguardi che fissano e osservano gli eventi, siano essi catastrofici o no. Due sguardi diversi e opposti: l’angelo e l’essere umano. A livello scenico stiamo attuando possibili strategie visive attraverso l’utilizzo di specchi, che rendano straniante l’immagine e la sdoppino in due possibili letture.
L’intenzione è individuare la catastrofe sia essa emotiva e interna – e qui pensiamo all’inner space ballardiano, sede di possibili sconvolgimenti fantascientifici – sia essa gigantesca e palese a tutti, domandandoci se ci sia sempre una catastrofe anche quando noi non la vediamo ma percepiamo solo un normale scorrere di eventi storici.
Nei precedenti lavori – I will survive e Time for talk is over – abbiamo esplorato i concetti di biodiversità, conflittualità, sedimentazione legati al macrocosmo città/metropoli, realizzando e costruendo un teatro fatto di oggetti e di materiali. Seguendo la linea concettuale esplorata ci è sembrato naturale avvicinarci all’idea di catastrofe e di catastrofe inserita nel quadro più ampio della storia.
Una delle influenze principali che ci ha spinto a creare il gruppo Garten e a lavorare su una determinata estetica è stato il testo di Gilles Clément Manifesto del Terzo paesaggio. Anche il progetto MW subisce ancora quest’influenza insieme a molte altre, fra le quali Il mondo senza di noi, di Alan Weisman, un testo di divulgazione scientifica sull’impatto dell’attività umana sul globo terrestre e su cosa succederebbe se domani ci estinguessimo, come la natura ritornerebbe padrona della terra in tempi brevissimi, cancellando mano a mano la presenza dei manufatti umani.
Ritroviamo altre influenze in testi come Junkspace e Delirious New York di Rem Koolhaas, e nel lavoro di artisti visivi come i fotografi Jeff Wall e Richard Misrach.
Altra influenza silente è Bruno Munari, in particolare per l’aspetto ludico che il suo lavoro porta in sé, come del resto le opere di Alexander Calder, in particolare il circo in miniatura, e il video The way things go del duo svizzero Fischli e Weiss. Questo aspetto ludico ci accompagna dal primo progetto, anche quando il tema affrontato è drammatico. Ci rifacciamo in questo anche a un’idea di Giorgio Agamben secondo cui una strategia per cortocircuitare il “dispositivo” è rifarsi al gioco dei bambini. |