Un fiorire dal ventre.
Una tavola imbandita. Il focolare. Luoghi in grado di strappare, con affetto, denti e unghie. Un grembo claustrofobico, estraneo a ogni temperatura. Una stanza giocattolo dove maturare artificialmente. Famigliari ossessivi che imboccano il figlio trentenne, il loro orgoglio. Trastullo ludico per occhi annoiati. Riflesso di vendetta da far luccicare alle occasioni mondane e alle cene del Rotary. Il pargolo, il Dottore, trenta e lode. Laurea in Lettere, Master in Giornalismo. E poi un nuovo banchetto con altre tovaglie, senza l’odore stantio e rassicurante d’una casa. Una mensa lercia, straniante, eccessiva come le premure casalinghe a un cucciolo ormai barbuto. Il Dottore, il Figlio, l’Orgoglio. Nient’altro. Ora anche stagista affamato di complimenti. “Continui così” è la più ambigua esclamazione tratta da un folto florilegio di lodi abortite sulle labbra di chi le pronuncia. Significa l’inizio di una sfolgorante carriera o il principio di un’altra logorante giornata? Alla questione spinosa e indifferente nessuno risponde. Il figlio si accorge di non corrispondere più alle aspettative. Degli altri, dunque, sue.
Strano gioco le corrispondenze. Ci s’infilano curiose vertigini come bambini meravigliati dai colori di un caleidoscopio. Balocchi fragili e crudeli a cui appendere lo stupore e la condanna di un’infanzia eterna. |